Il linguaggio- II parte

Fare conversazione

Ogniqualvolta ci si impegna in una conversazione di qualsiasi tipo, il cervello è in un fermento costante di attività. Se ascoltiamo qualcuno parlare, il nostro cervello deve assorbire moltissime informazioni e ricavarne un senso: non si tratta solo di suoni linguistici, ma anche di importanti segnali visivi come i movimenti labiali, le espressioni facciali e i gesti. Per produrre una risposta verbale i nostri pensieri devono essere formulati in modo chiaro e convertiti in sequenze intelligibili di parole disposte nel giusto ordine grammaticale. I muscoli che controllano la glottide e i movimenti della lingua e delle labbra atti a produrre i suoni linguistici devono ricevere comandi precisi. Questa sequenza di attività dipende da molte aree cerebrali diverse che operano ad altissima velocità e la cui coordinazione è vitale. Siamo tuttavia inconsapevoli della maggior parte dei complicati processi che avvengono dentro la nostra testa.

Imparare a leggere

come-aiutae-bambino-lettura-300x300La maggior parte dei bambini è pronta per imparare a leggere all’età di 4 o 5 anni, momento in cui ha acquisito spontaneamente un ambio vocabolario e una comprensione base della grammatica. Connettere le parole pronunciate con quelle scritte avviene in modo meno naturale. Dapprima si acquisisce un vocabolario visivo, memorizzando la “forma” di intere parole; un bambino può leggere il proprio nome riconoscendo semplicemente una serie di lettere. Ma questo tipo di apprendimento è molto limitato. La piena comprensione delle parole scritte avviene solo quando si scopre come decodificare i simboli scritti che formano le parole. Le lingue alfabetiche, come l’italiano, in cui c’è una corrispondenza quasi uno a uno tra lettere e suoni, sono le più facili da imparare a leggere. Altre, come l’inglese, sono più complesse perché la maggior parte dei suoni può essere rappresentata da un certo numero di lettere e la maggior parte delle lettere può essere pronunciata in modi diversi. Il processo è ancora più complesso nelle lingue non alfabetiche, come il cinese, in cui i caratteri o parte di essi possono riferirsi a unità di significati invece che a suoni. Tuttavia in tutto il mondo i bambini imparano a leggere nello stesso modo: suddividono le parole scritte in parti più piccole (gruppi di lettere, singole lettere; parti di un carattere, o singole pennellate, nel caso degli ideogrammi) prima di ricomporle in un tutto.

Dislessia

I bambini che fanno fatica a leggere o a scrivere possono essere affetti da un disturbo del linguaggio chiamato dislessia. Non sono in grado di distinguere tra alcune lettere, come “b” e “d”, oppure invertono le parole scrivendo “mora” al posto di “ramo”. Benché abbiano un’intelligenza normale, i bambini con questo disturbo non diagnosticato possono restare indietro a scuola, in quanto gran parte dell’insegnamento scolastico dipende dalle abilità linguistiche. La dislessia può essere dovuta a problemi di udito o a problemi nei circuiti cerebrali visivo-uditivi. Non esiste una cura per questo disturbo, ma si possono imparare tecniche per migliorarlo.

 Imparare un’altra lingua

Parlare fluentemente più di una lingua è facile se un bambino è immerso in ognuna di esse fin da un’età precoce. Nei primi anni la rete neurologica del cervello è sintonizzata a differenziare finemente ogni suono linguistico esistente. In questa fase apprendere una seconda lingua non è più difficile che apprendere la prima e un bambino allevato da genitori che parlano lingue diverse può imparare simultaneamente due “lingue madri”. Occasionalmente le due lingue possono interferire l’una con l’altra, ma questa “interferenza” scompare col tempo, man mano che i confini linguistici si cristallizzano nella mente del piccolo. Tuttavia questa facilità di apprendimento linguistico viene gradualmente perduta. È molto più difficile imparare una nuova lingua più avanti, in età scolare o quando un adulto si trasferisce in un altro paese. Benché molti anziani possano trovarsi a proprio agio con una lingua straniera, è improbabile che siano in grado di riprodurre l’accento con precisione totale, perché il cervello non compie più tali sottili distinzioni tra i suoni. La padronanza di una seconda lingua dipende dall’età in cui viene introdotta e da quanto viene praticata. Alcuni adulti sembrano più bravi di altri a imparare una lingua straniera. Le ragioni non sono chiare, ma potrebbe dipendere da differenti dimensioni dell’area cerebrale deputata all’elaborazione linguistica. Alcuni esperti credono che quest’area sia più estesa in alcune persone in virtù di un suo maggiore utilizzo durante l’infanzia.

Linguaggi non verbali

Il linguaggio verbale non è il nostro unico modo di comunicare. In tutto il mondo si usa il linguaggio dei segni, un metodo di comunicazione formale basato sui movimenti delle mani. Una persona che usa il linguaggio dei segni come strumento principale di comunicazione, attiva le stesse aree cerebrali di chi usa il linguaggio verbale. Altri linguaggi formali dei segni, come l’ASL, il linguaggio americano dei segni, possiedono una struttura grammaticale specifica: è questa grammatica implicita che rende possibile l’espressione di idee complesse. I bambini con handicap uditivo che imparano il linguaggio dei segni come prima lingua attraversano le stesse fasi di apprendimento linguistico dei bambini udenti. Tuttavia, non essendo in grado di mettere in relazione i simboli scritti con i suoni, possono incontrare maggiori difficoltà nell’imparare a leggere. Studi recenti suggeriscono che esista un “periodo critico” per l’acquisizione del linguaggio dei segni, proprio come per l’apprendimento di ogni altra lingua. Benché possa non apparire evidente dall’esterno, i segni hanno spesso un’analogia visiva con ciò che rappresentano: per esempio il termine dell’ASL per “albero” raffigura il rapporto verticale col terreno del tronco di un albero; il segno danese enfatizza la volta delle foglie e quello cinese mostra la crescita della pianta verso l’alto. Sono stati escogitati altri tipi di linguaggi non parlati da impiegare in campi particolari, come l’informatica e la matematica.

Abbiamo bisogno del linguaggio verbale per pensare?

Possiamo sviluppare pensieri senza possedere ancora un linguaggio verbale. I neonati sono in grado di cogliere la morbidezza di un giocattolo, ma non sanno esprimerla. Tuttavia, seguire una sequenza di pensieri astratti è quasi impossibile senza il linguaggio. Nessuna delle idee della scienza o della religione avrebbe potuto essere formulata senza le parole. È questione molto dibattuta se la lingua che parliamo influenzi ciò che pensiamo e come si esplichi tale influenza. Quando ci esprimiamo con parole usiamo concetti già presenti nel pensiero, ma il modo in cui descriviamo certi concetti, come lo spazio e il colore, influenza probabilmente la nostra percezione del mondo.

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