Né bilinguismo né istruzione

Gli spagnoli si impegnano a farcire i loro dialoghi con parole inglesi, pronunciate male e irriconoscibili

Javier Marias 17 maggio 2015

Una delle assurdità maggiori del sistema educativo spagnolo -e anche una delle più provinciali- è stata l’introduzione, non so in quante comunità autonome, di quello che i suoi rappresentanti battezzarono in modo pomposo e illusorio come “istruzione bilingue”, che consiste nello studio da parte degli alunni di alcune materie in spagnolo e altre in inglese. Supponiamo che Scienze Naturali -o qualunque sia l’attuale equivalente- si impartisca esclusivamente nella lingua di Elton John. Bene. I responsabili delle classi non sono, tuttavia salvo eccezioni, nativi britannici, americani, australiani o irlandesi bensì sono individui di Langreo, Orihuela, Requena, Conil o Mejorada del Campo che si suppone dominino tale lingua. Tuttavia, da quanto mi raccontano alcune persone che lavorano nelle scuole medie e nei licei -e assolutamente tutte coincidono- questi professori hanno una conoscenza precaria della lingua, di nuovo salvo eccezioni; la farfugliano, in generale hanno un pessimo accento o ignorano la pronuncia corretta di numerose parole, la sintassi e la grammatica tendono a essere una mera copia del castigliano e, inoltre, quando incontrano una difficoltà insuperabile, ricorrono per un attimo a quest’ultima lingua, sapendo essere quella che comprendono gli studenti. Il risultato è un disastro totale (né bilinguismo né istruzione): i ragazzi escono da scuola senza sapere niente di inglese e ancor meno di Scienze o delle materi che sono finite sotto il presunto o falso inglese. Apparentemente non prestano attenzione, dormicchiano o giocano a battaglia navale (se ancora esiste questo gioco) mentre gli individui di Orihuela o Conil sfornano assurdi maccheronici in una specie di non-lingua. Qualcosa di incomprensibile perfino per un nativo, un borbottìo, una sfilza di parole forse apprese il giorno prima su Internet, un miscuglio, un brontolìo verbale.              Una delle cose più incomprensibili è una lingua straniera parlata male da qualcuno che, per colmo di presunzione, è convinto di parlarla bene. Compreso qualcuno che conosce la grammatica, la sintassi, il vocabolario, in grado di leggerla e perfino tradurla, emetterà solamente suoni incomprensibili se possiede un accento molto forte, pronuncia in modo sbagliato o non dà la giusta intonazione. Ho sentito dire che questo era il caso el celebre traduttore Fernando Bela, che ha convertito in spagnolo molti libri, ma che se sentiva pronunciare in modo corretto “You are my girl”, frase semplice, non la riconosceva: per lui “You” si pronunciava come lo vedeva scritto e no “Yu”; “are” non era “ar”; “my” non era “mai” ma “mi”; e l’ultima parola era “jirl” con una i molto castigliana. Se sentiva “gue:l” (pronuncia corretta approssimata) semplicemente non era in grado di associarla a “girl”, che aveva tradotto un centinaio di volte. Ho anche sentito raccontare che Jesùs Aguirre ha osato fare una conferenza in inglese in un’università nordamericana. I nativi lo hanno ascoltato pazientemente, ma in seguito hanno ammesso, tutti, di non aver compreso una parola di quell’immaginario inglese. In un’occasione ho sentito un collega romanziere leggere frammenti dei suoi testi in un incontro londinese. Sebbene lo scrittore avesse vissuto per un lungo periodo in Inghilterra e avrebbe dovuto conoscere la lingua, non era in grado di parlare in maniera comprensibile e anche lì nessuno ha capito niente.     L’aspetto curioso è che, nonostante queste difficoltò frequenti, gli spagnoli di oggi sono impegnati a farcire i loro dialoghi con termini inglesi, che però vengono solitamente pronunciati così male da risultare irriconoscibili. Poco tempo fa ho sentito parlare in un talk show del “Ritalix”. Così ho visualizzato io la parola sentendola da uno e dall’altro e inizialmente ho capito che “Rita” avesse a che fare con il sindaco di Valencia, Barberà. Dopo poco è apparso l’orrore scritto sullo schermo: “Ritaleaks”. La stessa cosa mi è accaduta con una pubblicità di un’altra cosa: “Yastit”, ripetevano le voci, fino a che l’ho visto scritto: “Just Eat”. […] Oggi gli spagnoli riempiono i loro sproloqui con “brainstorming”, “crowdfuning”, “mainstream”, “target”, “share”, “spoiler”, “feedback” e “briefing” ma la maggior parte trasforma questi vocaboli in spagnolo, alla carlona e così non ci sarà britannico né italiano che potrà riconoscerle pronunciate da quella bocca impastata. Viste le nostre limitazioni per la Lingua Desiderata, vengono i brividi immaginare che queste lezioni delle scuole medie e dei licei vengano impartite in un inglese fargugliante. Non sarebbe più sensato -e molto meno provinciale- che i ragazzi apprendano Scienze e Inglese separatamente e che siano ben informati su entrambe le materie? Si può solamente dedurre che ciò che interessa alle numerose comunità autonome sia produrre analfabeti perfetti.

TESTO ORIGINALE: Ni bilingüe ni enseñanza

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